D’Annunzio e l’ideale del sardo intrepido combattente

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Quest’anno ricorre l’80esimo anniversario della morte di Gabriele D’Annunzio (1° marzo 1938), uno dei pochi, fra i grandi della letteratura italiana, ad aver ispirato Grazia Deledda e aver stretto una profonda e duratura amicizia con altri sardi d’ingegno, come Gavino Gabriel, Lao Silesu, Enrico Costa. In particolare, ebbe una ammirazione sconfinata per il musicista e musicofilo Gavino Gabriel, autore di quei canti popolari dell’Isola che D’Annunzio ascoltò al Vittoriale. Al riguardo il poeta scrisse: “Da più giorni vivo nel cerchio magico di quelle melodie. Non è possibile ascoltare un canto della Planargia e dell’Anglona senza restare imprigionato da un fascino misterioso con un indicibile aumento di vita interiore”.

D’Annunzio venne per la prima volta (e unica) in Sardegna nel 1882 insieme a Cesare Pascarella e Edoardo Scarfoglio, tutti e tre collaboratori della rivista romana “Capitan Fracassa”. Sbarcati a Olbia, visitarono Alghero, Nuoro e Oliena, arrivarono sino al Campidano per poi fermarsi a Cagliari. La sosta che ispirò maggiormente D’Annunzio fu a Villacidro, in particolare davanti alla spettacolare cascata di Sa Spendula. Questa visione lo spinse a scrivere un sonetto che venne scolpito sulla parete rocciosa sulla quale nei mesi piovosi cade un’acqua abbondante. Durante il suo soggiorno in Sardegna D’Annunzio scrisse anche una poesia ambientata a Cagliari, intitolata “Sale”.

Un altro motivo che ispira la poesia del poeta è il gusto dei vini sardi, in particolare il vino di Oliena, così lo descriveva ad un amico: “Non conoscete il Nepente di Oliena neppure per fama? Ahi lasso! Io son certo che, se ne beveste un sorso, non vorreste mai più partirvi dall’ombra delle candide rupi, e scegliereste per vostro eremo una di quelle cellette scarpellate nel macigno che i sardi chiamano Domos de janas, per quivi spugnosamente vivere in estasi…”  Il poeta fu anche il primo a introdurre nell’immaginario nazionale il mito del sardo intrepido combattente. Partì dalla guerra di Libia del 1911 con la poesia al soldato Pietro Aru (che chiamò Ari) di Cuglieri: “Non guarda il cielo Pietro Ari. Guarda/ tra sacco e sacco. Pelle non scarseggia/Sceglie, tira, non falla…”. Si soffermò pure sulla battaglia di Lepanto: “Don Giovanni nella battaglia aveva sul ponte quattrocento soldati del terzo di Sardegna, che fecero miracoli contro i trecento giannizzeri e i cento arcieri di Alì… Anche la recondita Teulada ha il suo eroe nel cannoniere Michele Meloni di Francesco, ferito nella giornata del 23 ottobre a Homs.”. Anni dopo, nel 1893, D’Annunzio scriveva allo scrittore e giornalista Stanis Manca: “Io spero di potere a ciascuno (Sebastiano Satta, Pompeo Calvia e Luigi Falchi, nda) stringere le mani, possibilmente, e di videni a Sassari luntanu. […] Ho la nostalgia della Sardegna, da dodici anni, come d’una patria già amata in una vita anteriore”. Non tornerà mai più, né scriverà mai un libro sulla Sardegna come tante volte si era proposto di fare.

Eppure, nel secondo dopoguerra, in un clima culturale fortemente antidannunziano, lo scrittore Salvatore Cambosu, nel 1956, in un articolo sulla rivista “Ichnusa”, tacciò il poeta di frivolezza e di non aver colto, nel suo viaggio, le miserie della Sardegna. Niente di più falso. Ecco come il poeta descrive la triste vita dei minatori di Masua: “All’alba fra quei coni di frasche e di fango, c’è un brulicame umano: escono quasi carponi dalle strette aperture, come esquimesi di sotto il ghiaccio. Sono uomini pieni di cenci e di sudiciume, dal viso terreo, con gli occhi arrossati nel tormento della polvere, con i capelli incolti; sono donne macilenti, flosce, quasi istupidite dall’incubo di quella oscurità domestica pregna di miasmi, dalla caldura soffocante di tutta una notte; sono bimbi rachitici, col viso per lo più chiazzato di croste, con gli stinchi fiacchi, senza un lampo ilare nella pupilla, senza uno strillo di gioia in bocca… gente per cui il senso della vita è angoscioso, costretta a estenuarsi i polmoni nell’aria attossicata delle gallerie, frangersi le braccia contro la pietra, dormire poi sulla terra umida, senza strame, sotto le travi nere di fumo. Per quegli uomini la famiglia non ha gioie; dentro quelle tane ogni affetto intristisce; la mano levata ad accarezzare ricade stanca…”.

Meno conosciute sono le vicende che portarono prima i combattenti sardi e poi i sardisti ad incontrarsi col D’Annunzio ‘politico’ dal 1920, data dell’impresa di Fiume, sino al 1922, poco prima della marcia su Roma. Ne parlò, nel 1975, Paolo Pili, leader prima del combattentismo, poi del sardismo e infine federale e deputato fascista: “…In quello stesso periodo… era avvenuta l’avventura di Fiume; D’Annunzio vi era andato… in quell’epoca noi eravamo favorevoli a simili movimenti. Un simile atteggiamento… ci serviva anche per controbattere efficacemente all’accusa che di tanto in tanto ci lanciavano dall’altra sponda, dall’Italia, quella di separatismo; schierandoci in quel modo potevamo infatti dimostrare di essere collegati con l’unico movimento patriottico, nazionalista, che ci fosse allora vivo in Italia, il fiumenesimo; sicché sin dal congresso del 1920 a Macomer avevamo mandato una copia del nostro documento a D’Annunzio il quale subito fece scrivere da Alceste De Ambris una lettera a Emilio Lussu con cui esaltava il documento definendolo un monumento di organizzazione sociale… Nel 22 si profilava la possibilità che D’Annunzio facesse, assieme ai legionari che erano stati con lui a Fiume, una marcia su Roma prima di Mussolini… si trattava di andare al governo prima del fascismo con la collaborazione del Duca D’Aosta… Noi eravamo assolutamente favorevoli, perciò mandammo a D’Annunzio un proclama del partito, dichiarandoci a sua disposizione”.

Pili con Antonio Putzolu si recarono a Milano per concordare con lo stato maggiore dannunziano la collaborazione con i sardisti che mettevano a disposizione 5.000 uomini, chiedendo in cambio armi e mezzi di trasporto. Non se ne fece nulla perché, proprio in quelle ore i fascisti a Milano occuparono Palazzo Marino (sede del Comune) e da lì D’Annunzio concionò agli squadristi. I due abbandonarono immediatamente la riunione. Era andato in fumo il progetto sardista, così esposto da Paolo Pili: “Noi volevamo fare la marcia su Roma prima dei fascisti, per bloccarli e fare un’amministrazione con lo statuto fiumano che consentiva le autonomie regionali. Anzi D’Annunzio nella Carta del Carnaro parla di comuni autonomi…”. Per lo storico dell’autonomia della Sardegna, Lorenzo Del Piano, “il rapporto sardismo-dannunzianesimo… contribuisce a togliere al movimento dei combattenti sardi e poi al Partito sardo d’azione del primo dopoguerra… ogni carattere provinciale e localistico, e a inserirli in un flusso politico e culturale di ambito nazionale”.

Angelo Abis

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